Provo a dirlo con il rispetto delle Istituzioni e con il senso di responsabilità che deriva dal mio ruolo, ma anche senza mezzi termini. Rendere la seconda prova più semplice per coprire i posti vacanti non è una soluzione: è un ulteriore illegittimità in un sistema che mostra crepe ormai evidenti. Non si possono coprire i posti introducendo una prova ulteriore resa più semplice, magari con commissioni più “garantiste”, perché altrimenti i conti non tornano. Le incoerenze non si risolvono creando ulteriori asimmetrie, né si tutela l’equità correggendo in corsa le regole del gioco.
La domanda è semplice e non può essere elusa: che cosa accade a chi ha accettato voti bassi, a chi non entrerà, a chi sarà costretto a studiare lontano da casa dopo aver investito tempo, risorse economiche ed energie personali? Non è accettabile che il peso dell’ennesimo aggiustamento ricada sempre sugli stessi, mentre si cerca di far quadrare i conti con una “prova aggiuntiva più facile”.
La mia posizione è chiara ed è l’esatto opposto di qualsiasi scorciatoia: devono proseguire nel percorso tutti coloro che hanno pagato e realmente frequentato il semestre filtro, maturato le presenze e completato il semestre.
Chi ha superato le prove mantiene il voto conseguito. Chi non le ha superate dovrà sostenere uno o più esami veri, universitari, seri e selettivi. È così che si deve misurare la preparazione, non con una sequenza di test corretti nei vari Atenei dell’Italia con modalità non univoche.
Se la selezione deve esserci, la si faccia sugli esami, sulla didattica, sul merito reale. Non su una prova in un solo giorno, con tre test distanziati di pochi minuti, che finisce per produrre più contenzioso che qualità ed è di fatto impossibile da superare al primo accesso al sistema universitario.
Su un piano concreto, c’è un aspetto che non può essere sottovalutato: l’anonimato. Ogni situazione che possa violarlo, o anche solo metterlo a rischio, deve essere verbalizzata. So bene che questo può essere reso difficile, talvolta scoraggiato, ma è l’unico modo per rendere le irregolarità immediatamente verificabili. Appelli nominativi, elenchi all’ingresso o all’uscita, fogli firma, documenti sul banco, modalità che rendano la prova riconoscibile: tutto ciò che incide sull’anonimato dovrebbe essere segnalato e, se necessario, fatto constare a verbale almeno con una dichiarazione personale.
Con lo stesso rispetto istituzionale, non condivido questa riforma e la ritengo ingiusta ed errata. L’esperimento di quest’anno, limitato a medicina, odontoiatria e veterinaria e lasciando fuori università private e corsi in lingua inglese, ad oggi non sta dando i risultati promessi.
Se davvero si vuole sperimentare, si provi un esperimento al contrario: facoltà pubbliche accessibili, giovani che non siano costretti ad andare all’estero, che non debbano pagare corsi costosi, che non subiscano né alimentino meccanismi distorti, che non versino decine di migliaia di euro a università private spesso di qualità discutibile, proliferate anche grazie al numero chiuso.
Agli studenti che comunque affronteranno il test va il mio augurio più sincero. Non abbattetevi. Il dissenso è legittimo e fa parte di una comunità matura, se esercitato in modo corretto. I momenti più felici della società occidentale sono stati quelli del dissenso. L’aperta sfida di uomini come Copernico, Galileo, Newton, Darwin, Einstein ha capovolto sistemi che apparivano immutabili, spianando la via verso il progresso. Dissensi in un conflitto tra deboli e forti, tra chi intende veramente rinnovare e chi intende preservare.
Michele Bonetti

