Il caso nasce dal ricorso al TAR del Lazio proposto da una aspirante agente che è stata esclusa dal concorso indetto dal corpo della polizia per un piccolo fiore tatuato sul polpaccio.
La normativa italiana, infatti, prevede che i tatuaggi dei futuri agenti non debbano essere visibili dalle uniformi delle cerimonie ufficiali che, però, altro punto su cui è basato il ricorso, dipende dalla diversa uniforme data in disposizione tra uomini e donne.
Lo stesso tatuaggio sul polpaccio di un uomo avrebbe potuto in partenza non essere causa di esclusione dal concorso a differenza di quanto accade per le donne che sono obbligate ad indossare gonna e décolleté.
Proprio per queste ragioni la donna ha impugnato il provvedimento dinnanzi al TAR il quale ha ritenuto opportuno sollevare questione davanti alla Corte di Giustizia Europea chiedendo se la normativa italiana in questione stia pregiudicando il principio di non discriminazione in base al sesso ex art 14 CEDU.
L’Avvocata generale, inoltre, marca come la disparità di trattamento non possa essere giustificata con la necessità di tutelare l'immagine, i valori o l'identità della polizia, facendo leva sul fatto che le agenti possiedono già i pantaloni come capo d’abbigliamento operativo e che, di conseguenza, si possa utilizzare tale capo anche nelle cerimonie ufficiali così da non escludere le future candidate.
Eliminare, infatti, una candidata dal concorso per un tatuaggio che diventerebbe visibile soltanto indossando la gonna sarebbe quindi una misura sproporzionata.
Le conclusioni a cui è pervenuta l’Avvocata non sono ancora sentenza e nemmeno vincolanti per i Giudici della Corte i quali devono ancora pronunciarsi nel merito.

